L’Arte dello Scrabble
“Con i pensieri del nostro subconscio profondo ci dilettiamo raramenteMa qualcosa deve guidare le parole che diciamo
Quando giochiamo a Scrabble”
(Noel Coward, “Bronxville Darby and Joan”)
In una lettera del 1880 Lewis Carroll scrive che sta cercando di inventare un gioco in cui: “ci potrebbero essere delle pedine con lettere dell’alfabeto, da spostare su un tavoliere, fin che si formino delle parole”. L’intuizione di Carroll, rimase inespressa fino alla nascita dello Scrabble, negli anni trenta ad opera di un fantasioso architetto newyorchese, Alfred Mosher Butts, nel periodo della Grande Depressione. Il prototipo iniziale, datato 1931 e chiamato “Lexico”, subi’ varie modifiche fino ad approdare alla versione ufficiale e definitiva detta, appunto, “Scrabble”.
Appare piuttosto evidente che giocare con le parole ha da sempre esercitato una particolare malia sull’essere umano, forse in virtu’ di quell’energia che solo la parola giocata sa sprigionare e la possibilità che la mente ha di compiere acrobazie verbali, di creare e trasformare in un’ infinita possibilità di pirotecnie lessicali. Quello che di primo acchito puo’ sembrare una mera sequenza di azioni meccaniche– pescare le lettere da un sacchetto, per poi posizionarle sul tavoliere in soluzioni possibili – cela in realtà molto di più. Nel momento in cui i nostri occhi entrano in contatto con le lettere, la mente inizia ad elaborare, creare per poi distruggere, manipolare il linguaggio fino a renderlo duttile e plasmabile, fino a raggiungere quell’estasi creativa “che ‘ntender no la puo’ chi no la prova”.
In letteratura molti sono i riferimenti allo Scrabble, ma forse uno degli esempi piu’ significativi ce l’ha offerto Vladimir Nabokov nel suo romanzo “Ada o ardor”. I giochi sono stati parte essenziale nella visione che Nabokov aveva dell’arte, il quale ha ripetutamente sottolineato, nelle sue interviste, come il piacere estetico della composizione della parola sia paragonabile alla creazione e al godimento dell’opera d’arte. E’ sensato supporre che l’autore vedesse la propria arte come una forma di gioco, una partita e – come lui stesso ha affermato – nelle opere d’arte cosi’ come nelle partite a scacchi (e in quelle di Scrabble, aggiungo io) la contesa non è tra i personaggi, ma tra l’autore e il mondo.
D.R.Presidente del SCMi






